Il primo giorno della nuova vita di Mamma

Pubblicato: 14 gennaio 2014 in Pura Follia
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simpsonSabato, interno sera, ore 19.30. Cena quasi in tavola, il minestrone bolle in pentola.

Ho tutta la serata libera perché ho chiesto un cambio turno, domani voglio andare a fare trekking (sto pure preparando il pranzo al sacco, penso proprio a tutto) e se lavorassi di notte me lo scorderei. Tu chiamale se vuoi… coincidenze.
Suona il telefono: “Fratello cell.”
Ero a pranzo a casa e avevamo passato insieme quasi tutto il pomeriggio, cosa si sarà scordato? Quasi quasi lo richiamo dopo. No, dai, rispondo.
“Dimmi”
“C’è un donatore, abbiamo già chiamato l’ambulanza. Partiamo per Siena.”
Freddo e panico.

Flashback: da due anni abbondanti Mamma fa avanti e indietro con i reparti di pneumologia e chirurgia cardiotoracica di mezza Toscana perché la meravigliosa abitudine di fumare 40 bionde al giorno le ha regalato un bell’enfisema, i suoi polmoni non funzionano più.
Le uniche due alternative sono: convivere con la malattia e trascinarsi una bombola d’ossigeno appresso vita natural durante (ergo uscire da casa 5 ore al massimo per volta con uno zainetto pesante come un bambino di sei mesi sulle spalle) oppure farsi impiantare due polmoni nuovi e ricominciare una vita quasi nuova.
Ha scelto la seconda opzione, visto che le condizioni sono tutte dalla sua parte: età, quadro clinico, costituzione.
Da settembre scorso era quindi in lista per l’operazione.

Decido di andare anch’io. Diciamocelo, è un intervento che presenta un bel grado di rischio, non mi perdonerei mai di non averle assicurato di persona che sarebbe andato tutto bene.
Ho portato con me pure il pranzo a sacco del trekking che ormai è saltato, se l’intervento si fa ci sarà da passare la notte e i miei non hanno mangiato, magari apprezzano (non che il mio nuovo stile di vita vegetariano li esalti, loro continuano a mangiare cadaveri, ma almeno il pensiero c’è stato).

Scendo dalla macchina alle 21,  mi ritrovo davanti la portineria chiusa dell’Ospedale Le Scotte, chiamo per chiedere come arrivare al reparto… è nel punto più lontano del policlinico: gambe in spalla.
L’ambiente è surreale, sembra un vecchio centro commerciale abbandonato, tutto chiuso, nessuno in giro, il rumore pesante dei miei passi frementi mi rimbomba nelle orecchie.
“Segui la linea blu fino in fondo” ha detto mio fratello. Io per non sbagliare ci cammino sopra.

L’ascensore arriva, salgo e premo il pulsante, tragitto lungo ma veloce “Diing – Sesto piano – Sixth Floor” Si aprono le porte e vedo mia zia che mi aspetta e che mi accompagna nella camera di sua sorella.
Mamma è seduta sul letto, la cameretta è una singola spartana, poco accogliente come qualsiasi camera di ospedale, le pareti sono di un verdino spento, in un angolo c’è Babbo, verdino pure lui, ha sofferto il tragitto in ambulanza.
Mamma fa la splendida “Tutto bene” dice mentre l’abbraccio. Ma è chiaro che sia nervosa, se non terrorizzata, la capisco, dato che lo sono anch’io.

Essendo l’ultimo arrivato  mi aggiornano: i medici stanno analizzando i campioni degli organi arrivati per valutare la compatibilità. Nel frattempo le infermiere le ronzano intorno come operaie con la regina per prepararla all’intervento.
Hanno già fatto le analisi del sangue e altri piccoli esami, tra poco la laveranno e se tutto andrà come deve andare la porteranno in sala operatoria.

I minuti scorrono abbastanza lenti, passa un’oretta e il personale comincia ad accelerare il passo, dicono che sia prassi, ma è abbastanza chiaro che abbiano ricevuto ordine di fare in fretta, probabilmente ci siamo.
Passa anche la professoressa che l’ha seguita fino ad oggi, la saluta, è una bella signora, molto in gamba, elegante e simpatica, ci rassicura che andrà tutto bene.
Arriva anche l’anestesista, anche lui dice che sarebbe venuto in ogni caso, ci credo poco.
Passa un’altra mezz’ora abbondante, in cui le infermiere fanno continuamente dentro e fuori dalla stanza.
Arriva anche lui, il chirurgo, colui che eventualmente tenterà di dare a mamma una vita migliore.
Ha uno sguardo rassicurante, è cordiale e alla mano, ci spiega che da li a poco la chiameranno in sala operatoria per le ultime fase di preparazione, ma che ancora non è stato dato l’ok per l’intervento.
Vedo le infermiere che portano via la barella con Mamma e i nostri sguardi si incrociano. Terrore, ma non posso fare niente se non sorriderle.
Ci fanno accomodare tutti e cinque nella sala di aspetto del reparto di rianimazione, dove verranno a informarci, qualsiasi sia la decisione finale.

Da qui inizia l’attesa più lunga e snervante, non si vede e sente nessuno. Continuiamo a dare le poche notizie ai nostri relativi compagni di vita che continuano a chiedere se ci sono novità. L’unico che non ha nessuno a cui dire niente è Babbo. Mi fa tenerezza, riconosco nella sua espressione la tristezza e la paura della solitudine.

Passano le ore e ogni tentativo di avere aggiornamenti dal personale al piano va a vuoto.

Alle 2:00 spunta un ragazzo dal camice azzurro, non so se un dottore o un infermiere. Come se ci stesse dicendo cos’ha mangiato a cena, ci informa che l’operazione è iniziata, che hanno deciso di impiantare entrambi i polmoni e che ci vorrà un bel po’, probabilmente intorno alle 6 ore.

La tensione si allenta, ormai quello che dobbiamo fare è aspettare la mattina, io e mio fratello ci mettiamo in moto e decidiamo di andare a casa. Nina, la nostra bastardina, è sola da ore, dobbiamo darle da mangiare e portarla fuori, non c’è nessuno che se ne possa occupare.
Approfittiamo per mangiare qualcosa e sdraiarci un po’ prima di salire nuovamente in macchina e tornare in ospedale.

Siamo a Siena che sono già le 7:00, albeggia e una telefonata mi informa che l’intervento si è appena concluso, probabilmente avevano già iniziato prima di farcelo sapere.

La stanchezza sta prendendo il sopravvento, ma voglio aspettare che abbiano portato Mamma in rianimazione per farmi dare un primo quadro della situazione, poi andrò a dormire, stasera farò il turno di notte e ho bisogno di un po’ di sonno.
Verso le 9 chiediamo al personale di reparto e il medico di turno ci informa che è andato tutto bene, la situazione è stabile e riescono persino ad essere ottimisti sui tempi della dimissione dalla terapia intensiva, avrei voglia di abbracciarlo dal sollievo.

E’ quindi l’ora di andare a letto. E’ stata l’esperienza più stressante della mia vita e credo lo sarà finché non vedrò Mamma di nuovo a casa. Dicono che ci vorrà un mesetto.

Nel frattempo sono passate 48 h e ieri l’ho vista dal vetro, dorme. La scena mi ha un po’ scosso, ma dicono che va tutto bene, io mi fido. Spero le arrivino i miei pensieri e la forza che sto tentando di mandarle.

24/01/2014 – AGGIORNAMENTO

L’iniziale ottimismo dei medici li aveva portati a fare le cose un po’ troppo di fretta: tentare di togliere la ventilazione  artificiale, iniziare la fisioterapia; i muscoli del torace di Mamma non sono quelli di una ragazzina e i nuovi polmoni devono abituarsi a un fisico più piccolo del precedente (il donatore era un uomo), la conseguente crisi respiratoria ha convinto quindi il personale a fare le cose con più calma; Mamma quindi è ancora in terapia intensiva, è sveglia per gran parte del tempo, interagisce ma non parla (hanno effettuato una tracheostomia per rendere meno invasiva l’intubazione) e si vede che vorrebbe guarire di corsa, ma ci vorrà pazienza. Nei prossimi giorni tenteranno a poco a poco di rieducarla alla respirazione spontanea.

Aggiornamento – 21/02/2014:

Sono già passati 40 giorni, nei quali decuplicato la percorrenza media della mia utilitaria, perso ore di sonno, ridefinito il concetto di stress. Però per Mamma questo e altro.
I dottori, i primi giorni, erano stati incoscientemente ottimisti rispetto alla convalescenza prevista, ma il decorso post-operatorio sta andando più che bene.

Oggi l’ennesimo traguardo.

Arrivo un po’ in ritardo sulla quotidiana tabella di marcia, causa fermata al supermercato (Mamma vuole i kiwi… e tu, li vuoi quei kiwi?) e dal benzinaio, scendo passo svelto nel tunnel che porta all’ingresso dell’ospedale e seguo la consueta linea blu, quella che mi porta al blocco più remoto del policlinico, li dove Mamma è arrivata la prima sera e dove è tornata da qualche giorno, segno che le cose stanno andando per il meglio.

Le hanno tolto il respiratore artificiale già da un paio di settimane e la fisioterapista la sta torchiando per rieducarla a usare il diaframma.
Comunque a questo punto la signora parla, mangia con un certo appetito, guarda la televisione, ci sgrida e respira da sola.

Manco dall’ospedale da un paio di giorni, quindi dagli sms che ricevo so solo che va tutto benino, alti e bassi del morale a parte.

Dopo il consueto rito di vestizione (Mantellina, copri-scarpe, mascherina, cuffietta e guanti) entro in stanza. Oggi Mamma ha un bel pigiamino azzurro e un’aria piacevolmente sana, ma sono abituato a notare che ogni giorno lo è di più.
“Finalmente sei arrivato, avevo bisogno di andare in bagno” e ormai sono addestrato a questa necessità, mi avvicino per tirarla su e porgerle il braccio quando lei scuote la testa e mi chiede di allontanarmi. Faccio un passo indietro e, spingendo sui braccioli della poltrona, Mamma si alza con una certa agilità. “Ho solo bisogno che tu stia attento che non inciampi, sai, non si sa mai…” e passetto dopo passetto si avvia.

Ora cosa provano i genitori quando vedono muovere i primi passi ai propri piccoli, commozione e un pizzico di orgoglio 🙂

commenti
  1. […] complice la quasi completa guarigione di Mamma (chi non sapesse di cosa sto parlando può CLICCARE QUI), abbiamo deciso di ritrovarci per il cenone. Abbiamo deciso di fare una cosa tra noi, la grossa […]

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